La città sottratta: le nuove geografie della rendita e il tramonto del diritto all’abitare

L’emergenza abitativa nei grandi centri urbani italiani ha da tempo superato la soglia della congiuntura per farsi struttura permanente, modificando radicalmente il tessuto sociale e culturale delle comunità metropolitane. Quello che formalmente viene rubricato come uno squilibrio tra domanda e offerta è in realtà il compimento di una transizione decennale: la trasformazione dello spazio residenziale da bene d’uso fondamentale a mero asset di valorizzazione finanziaria ad alto rendimento, spinto dalla proliferazione delle locazioni turistiche brevi e dall’ingresso di veicoli speculativi nei centri storici e nelle aree universitarie.

A farne le spese non sono soltanto le fasce tradizionalmente fragili della popolazione, ma un intero ceto medio urbano composto da studenti, lavoratori precari e professionisti dell’economia dei servizi, espulsi verso cinture periferiche prive di servizi minimi di prossimità. Il ritiro progressivo dell’intervento pubblico nell’edilizia residenziale sociale, unito a un quadro regolatorio nazionale frammentato e incapace di incidere sulle rendite parassitarie, ha svuotato le città della loro funzione primaria di catalizzatori di mobilità sociale e di scambio democratico.

Ripensare le politiche abitative oggi significa dunque rimettere in discussione il paradigma estrattivo che governa il suolo urbano. Senza l’adozione di tetti vincolanti ai canoni, la conversione di patrimoni dismessi in alloggi studenteschi pubblici e una regolamentazione ferma delle piattaforme digitali di affitto, le città italiane rischiano di trasformarsi in teatri vetrina per consumatori temporanei, desertificando ogni reale forma di cittadinanza attiva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto