Non è più soltanto una vertenza studentesca, né una marginale difficoltà d’ingresso per le giovani coppie. La questione della casa in Italia è scivolata rapidamente da problema settoriale a faglia strutturale, capace di divorare il patto intergenerazionale e ridisegnare la geografia dei diritti nelle grandi aree metropolitane.
Mentre i centri urbani si convertono a una monocultura dell’ospitalità breve orientata a una domanda globale temporanea, i residenti e la forza lavoro essenziale vengono progressivamente espulsi verso periferie prive di servizi di prossimità. Questo drenaggio non si limita a comprimere i redditi reali, già erosi da un decennio di salari stagnanti, ma altera profondamente il senso stesso di cittadinanza: la città cessa di essere spazio di emancipazione e mobilità sociale per ridursi a mera piattaforma di estrazione di rendita.
Le risposte istituzionali, spesso frammentate tra incentivi temporanei e deregulation dell’offerta, eludono il nodo di fondo: l’assenza da oltre trent’anni di un piano organico di edilizia residenziale pubblica. Senza un intervento strutturale che restituisca al patrimonio immobiliare la sua funzione sociale primaria, il rischio concreto è di consolidare una società bloccata, dove l’eredità patrimoniale familiare resta l’unico e definitivo discrimine tra inclusione ed esclusione.
