La città preclusa: l’emergenza abitativa come frattura del patto generazionale

Nel silenzio operoso delle grandi aree metropolitane italiane, la questione dell’accesso all’alloggio ha smesso da tempo di essere una mera congiuntura di mercato per trasformarsi in una crisi strutturale della cittadinanza. Quello che un tempo veniva archiviato come un fisiologico attrito tra domanda e offerta nei centri ad alta densità universitaria e produttiva si rivela oggi uno dei più potenti moltiplicatori di disuguaglianza sociale.

La progressiva conversione del patrimonio residenziale in rendita turistica ad alta rotazione, unita all’assenza ventennale di politiche organiche di edilizia residenziale pubblica, ha prodotto una rarefazione sistematica degli spazi vitali per giovani lavoratori, studenti e famiglie del ceto medio debole. Non si tratta soltanto di canoni insostenibili rispetto a salari bloccati da un trentennio, ma della ridefinizione classista del diritto di abitare lo spazio urbano: i centri storici e le prime corone suburbane vengono bonificati dalla presenza stanziale, relegando la forza lavoro più flessibile ai margini geografici ed esistenziali delle periferie diffuse.

Affrontare la crisi dell’abitare richiede un cambio di paradigma culturale prima ancora che normativo. Se la casa continua a essere considerata prevalentemente un asset finanziario speculativo anziché l’infrastruttura primaria su cui poggiano stabilità sociale e mobilità economica, nessuna misura emergenziale o bonus a pioggia riuscirà a ricucire la frattura. Riconoscere il valore sociale dell’immobile urbano significa restituire alle città la loro funzione originaria: essere luoghi di emancipazione e incontro, non enclave a uso esclusivo della rendita.

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