La città sottratta: la rendita breve e l’erosione del diritto all’abitare

L’incessante avanzata della rendita speculativa sui mercati residenziali metropolitani sta ridisegnando non solo la fisionomia urbana, ma i fondamenti stessi del patto sociale cittadino. Negli ultimi anni, la progressiva conversione degli alloggi tradizionali in locazioni a breve termine per il consumo turistico globale ha innescato un’accelerazione violenta dei costi di locazione, determinando l’espulsione silenziosa di residenti, studenti e lavoratori della classe media e precaria dai centri storici verso periferie progressivamente prive di servizi essenziali.

Questo fenomeno, lungi dall’essere una semplice contingenza di mercato o una naturale espressione della sharing economy, si configura come un’estrazione sistematica di valore dal tessuto comunitario locale. Le piattaforme digitali di intermediazione operano come vettori di una finanziarizzazione capillare del mattone, trasformando il bene primario dell’abitare in un puro asset da massimizzare trimestre per trimestre. Il vuoto regolatorio e le timide risposte normative a livello nazionale rivelano una persistente riluttanza istituzionale a intervenire sulle contraddizioni della proprietà e della rendita fondiaria.

Affrontare la crisi dell’abitare richiede un cambio di paradigma culturale e politico: il riconoscimento della casa non come merce finanziaria, bensì come infrastruttura civile irrinunciabile per la democrazia. Senza un massiccio rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, limiti stringenti al cambio di destinazione d’uso e strumenti efficaci di calmierazione dei canoni, le città rischiano di svuotarsi della propria identità viva, ridotte a scenografie museali per il passaggio effimero di consumatori transitori.

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