La crisi strutturale che attraversa l’industria automobilistica europea non è un mero accidente congiunturale, né può essere liquidata come l’effetto collaterale di una transizione ecologica calata frettolosamente dall’alto. È, piuttosto, la resa dei conti di un intero modello di capitalismo continentale che per oltre tre decenni ha scambiato la rendita di posizione per innovazione, delegando alla delocalizzazione e alla compressione dei salari il mantenimento dei margini operativi. Mentre i colossi dell’automotive tedesco e franco-italiano esitano di fronte alla ridefinizione delle catene globali del valore, il baricentro tecnologico della mobilità si è inesorabilmente spostato verso l’Asia orientale e la Silicon Valley, riducendo l’Europa a consumatrice passiva di piattaforme e batterie sviluppate altrove.
Le ripercussioni sul tessuto socio-economico rischiano di assumere proporzioni drammatiche. La filiera della componentistica — storicamente spina dorsale della manifattura tra la Pianura Padana e il Baden-Württemberg — si trova stritolata tra il calo dei volumi produttivi dei motori termici e l’incapacità di competere sui costi delle forniture per l’elettrico. A pagare il prezzo più alto sono le tute blu e l’indotto, minacciati da piani di ridimensionamento che ripropongono dinamiche di deindustrializzazione che credevamo relegate al secolo scorso. Non si tratta soltanto di posti di lavoro perduti, ma dell’erosione di una cultura del lavoro specializzata, fondamento della classe media europea del secondo dopoguerra.
In assenza di una politica industriale comunitaria capace di coordinare investimenti pubblici massicci, ricerca strategica e tutela dell’occupazione, la transizione energetica rischia di trasformarsi in una frattura democratica insanabile. Se la transizione verde diventerà sinonimo di impoverimento diffuso e desertificazione produttiva, il consenso politico attorno alla sostenibilità crollerà definitivamente. Riannodare i fili di questa complessa trama richiede il superamento dei dogmi del rigore contabile per abbracciare un piano di investimenti pubblici che rimetta il lavoro, la dignità e la sovranità produttiva al centro del progetto europeo.
